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| Discorso di benvenuto del Sindaco di Subiaco
MARIO CARONTI (28 Settembre 1980)
Beatissimo
Padre,
sono altamente onorato di
darle il benvenuto più cordiale in questa piccola ma gloriosa
città di Subiaco; capoluogo di una Valle che per molti titoli
si chiama Santa e la cui storia è legata per tanti vincoli
alla Santa Sede. Ciò però che rende moralmente e
spiritualmente grande la nostra Subiaco è la grazia di
possedere il gioiello inestimabile del Sacro Speco. La
presenza dello Speco e del Protocenobio di Santa Scolastica è
testimone di un legame particolarmente sentito e vitale della
nostra gente con l’insegnamento immortale di San Benedetto e
con l’opera secolare dei suoi figli. E’ dello spirito
benedettini che la popolazione di Subiaco e della Valle
Santa attingono le grandi virtù che la distinguono: l’onestà,
la sobrietà, la laboriosità, l’inventiva, l’attaccamento
alla famiglia, la fede profonda, il coraggio e un grande amore
per la terra. Sono doti queste che abbiamo tutti ammirato
nella ricostruzione del paese distrutto dalla guerra per il
76% e ricostruito con una tenacia ed uno
spirito di sacrificio spinto all’eroismo.
Beatissimo Padre,
questo popolo sano, cristiano, permeato dallo spirito di San
Benedetto, si stringe oggi intorno alla Santità Vostra per
rinnovare l’attaccamento ai grandi valori dello spirito e
chiedere la paterna benedizione apostolica, che lo aiuti a
risolvere i grandi problemi che lo assillano. La Sua venuta e
la Sua Benedizione siano per tutti un motivo di speranza per
un mondo e soprattutto per una Europa che ritrovi le radici
profonde della sa unità e dalla sua prosperità, nella
giustizia, nella libertà e nella fede. Con questo auspicio La
ringrazio della Sua benevolenza paterna e le chiedo per gli
amministratori pubblici e per tutti, la paterna benedizione
apostolica.
Mario
Caronti Sindaco di Subiaco |
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| Discorso di GIOVANNI PAOLO II al Sindaco di
Subiaco (28 Settembre 1980)
Signor Sindaco!
Le nobili espressioni con le quali Ella, interpretando
anche i sentimenti dei membri dell’Amministrazione Comunale
e dell’intera popolazione di Subiaco, ha voluto così
cortesemente darmi il benvenuto, sono per me motivo di sincero
apprezzamento per l’alto senso di ospitalità, che tanto
distingue questa terra, ben nota non solo per il suo secolare
attaccamento alla Sede Apostolica, come Ella ha ben ricordato,
ma anche per le care memorie, lasciate dalla presenza di San
Benedetto Abate. Ringrazio perciò Lei e tutte le Autorità
Religiose, Civili e Militari, che si sono qui associate
all’omaggio deferente. In questo anno dedicato al ricordo di
San Benedetto e di Santa Scolastica, sua sorella, dopo aver
fatto visita a Norcia, città natale dei due Santi, e a
Montecassino, considerata la Casa madre dell’Ordine
benedettino, non potevo non recarmi in pio pellegrinaggio qui
a Subiaco, dove San Benedetto trascorse gran parte della sua
esistenza terrena ed attese al conseguimento di quella
perfezione evangelica, cioè a quella “scuola del Servizio
del Signore”, che ben presto doveva dilatarsi e riversarsi
nelle comunità dei primi tredici monasteri, da lui fondati
sui monti circostanti e lungo la Valle dell’Aniene. Subiaco,
col Santuario del Sacro Speco, con il suo verde, con la sua
pace, con le sue acque limpide, rimane sempre un luogo
privilegiato, che non ha perduto nulla di quelle antiche
attrattive, che fecero da cornice alla figura solitaria e
insieme sociale del grande Fondatore del Monachesimo
d’Occidente. Qui Egli riformò se stesso per poi riformare
la società, qui il suo spirito maturò quella grande
rivoluzione, che avrebbe trovato poi compiuta espressione
nella Regola, scritta a Montecassino, ma già qui concepita e
rimuginata nel profondo del suo cuore e nella solitudine di
questi luoghi divenuti ormai sacri alla devozione del popolo
cristiano.
Si può in un certo senso parlare quindi di Subiaco, come
della culla dello spirito benedettino, il quale avrebbe poi
pervaso e fermentato popoli interi fino a farli sentire uniti
in una sola cultura e in una medesima fede. Egli infatti fu un
Uomo che seppe armonizzare anima e corpo, natura e grazia, il
sociale e lo spirituale, il vecchio e il nuovo da creare,
forse senza prevederlo, una nuova civiltà: la civiltà
cristiana. Infatti, come già ebbi a dire a Norcia: “In
un’epoca di profondi mutamenti, quando l’antico
ordinamento romano stava ormai crollando ed era per nascere
una nuova società sotto l’impulso dei nuovi popoli
emergenti sull’orizzonte dell’Europa, egli assunse
responsabilmente la propria parte, che fu preminente, di
impegno non solo religioso, ma anche sociale e civile.
Promosse la coltivazione razionale delle terre, contribuì
alla salvaguardia dell’antico patrimonio culturale
letterario, influì sulla trasformazione dei costumi dei
cosiddetti barbari...E ciò non a livello di un gretto e
allora sconosciuto nazionalismo, ma, mediante i suoi monaci, a
dimensione continentale, per cui giustamente il mio
Predecessore Paolo VI lo ha proclamato Patrono
d’Europa”(Giovanni Paolo II, Allocutio Nursiae habita,
die 23 martii 1980: Insegnamenti di Giovanni Paolo II,
III, 1 [1980] 680). Ed è appunto per venerare tanto grande
Patrono che oggi i Rappresentanti delle Conferenze Episcopali
d’Europa, sono venuti in pellegrinaggio a Subiaco. Essi,
celebrando insieme col Papa il centenario benedettino,
intendono ringraziare il Signore di quanto ha donato
all’Europa per mezzo di San Benedetto e riproporne i suoi
insegnamenti affinché si ricuperi la dimensione del divino in
ogni realtà terrena.
Con questi sentimenti, mentre formo voti per la prosperità e
il benessere di questa città, ricostruita con generoso
impegno dopo le devastazioni della guerra, imploro su tutti
gli abitanti il Patrocinio di San Benedetto, e tutti benedico
nel nome del Signore. |
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| Omelia di GIOVANNI PAOLO II (28 Settembre
1980)
Carissimi fedeli di Subiaco,
1. Sono lieto, al termine del pellegrinaggio con i
Vescovi Europei al Sacro Speco, di potermi incontrare con voi
e testimoniarvi l’affetto profondo che nutro per questa
vostra comunità il cui nome, grazie a San Benedetto, è noto
nel mondo intero. Col Rev.mo Padre Abate, saluto tutti voi, e
con speciale intensità di sentimento, le persone anziane e
quelle che soffrono. Il mio saluto cordiale va anche ai
bambini e ai giovani, che rallegrano con lo loro presenza
festosa questa nostra assemblea liturgica. Siamo raccolti
intorno all’altare di Dio per celebrare il memoriale della
passione, della morte e della risurrezione di Cristo. Abbiamo
ascoltato la lettura dei brani biblici, che la Liturgia oggi
ci offre ed ora siamo invitati a meditare sugli ammonimenti in
essi contenuti: sono parole di giudizio e sono parole di
promessa. In questo luogo ed in questo momento non possiamo
fare a meno di pensare che su queste pagine fermò la propria
riflessione anche Benedetto durante la sua vita terrena. Con
quale eco profonda dovettero risuonare nella sua anima le
minacce contro i ricchi e contro le aberrazioni che di solito
si accompagnano al possesso di beni materiali eccessivi! E
quale intima vibrazione di consenso e di adesione non dovette
suscitare in lui la parola di Paolo a Timoteo, che pure noi
abbiamo or ora ascoltata: “Ma tu, uomo di Dio, fuggi queste
cose; tendi alla giustizia, alla pazienza, alla mitezza.
Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere
la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale
hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti
testimoni” (1Tm 6,11-12).
2. Benedetto fu uomo di Dio, e divenne tale, seguendo
la via delle virtù così chiaramente indicata dagli apostoli.
Seguendola costantemente ed incessantemente. Egli fu un vero
pellegrino del Regno di Dio, un vero “homo viator”. Non si
fermò lungo la strada, non dirottò verso cammini più
facili. Tutto il suo impegno fu orientato ad eseguire la
consegna: combattere la buona battaglia della fede per
“conservare senza macchia e irreprensibile il comandamento,
fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo”
(1Tm 6,14). In questa lotta egli impiegò tutto il tempo che
l’Eterno Padre volle concedergli su questa terra. Fu una
dura battaglia che egli condusse con se stesso, battendo
“l’uomo vecchio” e facendo in sé sempre più spazio per
“l’uomo nuovo”, che cresce per la “manifestazione del
Signore nostro Gesù Cristo”. Ed il Signore, mediante lo
Spirito Santo, fece sì che questa trasformazione non
rimanesse in lui soltanto; nella sua provvidenza ammirabile
dispose che l’esperienza di Benedetto divenisse una fonte di
irradiazione, che ha penetrato la storia degli uomini, che ha
penetrato soprattutto la storia d’Europa. Subiaco fu e
rimane una tappa importante di questo processo: il luogo del
nascondimento di S. Benedetto da Norcia e nello stesso tempo
il luogo della sua manifestazione.
3. Uomo di Dio fu Benedetto, perché si sforzò di
rendere la sua vita totalmente trasparente al Vangelo. Egli
infatti non si accontentò di leggere il Vangelo allo scopo di
conoscerlo; volle conoscerlo per tradurlo, tutto intero, in
ogni aspetto della sua vita. Egli lesse il Vangelo nel suo
insieme e, nello stesso tempo, ogni brano di esso, ogni
pericope che la Chiesa rilegge nella sua liturgia, ogni
frammento. Infatti, in ogni frammento del Vangelo è
contenuto, in un certo senso, l’insieme: l’insieme vive in
ogni frammento, così come ogni frammento vive dell’insieme.
È in questa luce che noi dobbiamo pensare a questo frammento
che oggi rileggiamo qui, la parabola cioè del ricco epulone e
del povero Lazzaro: “C’era un uomo ricco che vestiva di
porpora e di bisso...”. L’uomo di Dio Benedetto vibrava in
sintonia col racconto, mentre leggeva con tutta la profondità
della sua anima queste parole eterne, in un certo senso
assorbendo tutta la semplicità della verità, racchiusa in
questo frammento. E la verità è quella che emerge,
folgorante, dall’esempio di Cristo il quale - come rileva
San Paolo - “da ricco che era, si è fatto povero per voi,
perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà”
(2Cor 8,9).
4. La verità sta dunque in una profonda “inversione
di tendenza”: alla smania di possedere sempre di più è
necessario sostituire l’impegno del distacco dai beni della
terra; alla logica della competizione per impadronirsi di una
ricchezza sempre più grande, bisogna contrapporre lo sforzo
di portare ad un giusto benessere il maggior numero possibile
di uomini; ad una mentalità, che considera i beni materiali
come oggetto di preda, bisogna far subentrare una mentalità
che vede in essi dei mezzi di amicizia e di comunione. La
ricchezza, purtroppo, è normalmente occasione di divisione ed
incentivo alla lotta; essa deve diventare, invece, strumento
di comune partecipazione alla gioia di una vita degna di
esseri umani: ricchezza, dunque, come fonte di elevazione per
tutti, nella possibilità di accedere ai valori della cultura,
della conoscenza reciproca, della stessa esperienza religiosa,
favorita da una maggiore disponibilità di tempo e
dall’interiore libertà dalle ansie di un domani incerto.
Sono valori che possono essere capiti soltanto dall’“uomo
nuovo” che, rinascendo in Cristo, riscopre il vero
significato delle cose. È necessaria la conversione del cuore
per poter guardare alle realtà mondane con gli occhi di
Cristo, il quale, con la parola e con l’esempio, ci ha
rivelato che la vera ricchezza sta nel distacco, la vera forza
in ciò che la gente considera debolezza, la vera libertà nel
mettersi volontariamente al servizio dei fratelli.
5. Benedetto, uomo di Dio, questa “verità”
l’assimilò fin nei suoi più riposti risvolti. Ne è prova
la “Regola”, che ad essa si ispira in ogni sua parte: il
monaco è un uomo che rinuncia a gareggiare con gli altri per
superarli e per dominarli, ma s’impegna, invece, a
gareggiare con se stesso nel dominare le proprie cupidigie,
per mettersi al servizio degli altri nell’amore. Ecco: il
criterio principe, che guidò San Benedetto nella redazione
delle norme di convivenza all’interno del monastero, fu
appunto quello della carità vicendevole, dalla quale i
“fratelli” dovevano essere indotti ad un atteggiamento di
costante attenzione reciproca e di premurosa disponibilità
nel rendersi l’un l’altro i servizi necessari. V’è un
capitolo della “Regola”, il settantaduesimo, che traccia
un quadro suggestivo dei rapporti, che devono instaurarsi
all’interno della famiglia monastica. È una pagina alla
quale non ogni famiglia cristiana soltanto dovrebbe guardare
come ad uno stimolante ideale, ma a cui può rifarsi utilmente
anche la comunità civile per trarne ispirazione
nell’impostare i propri rapporti di convivenza. Illustrando,
dunque, “il fervore che deve animare con ardentissimo
spirito di carità i monaci”, Benedetto stabilisce: “Si
prevengano l’un l’altro nel rendersi onore; sopportino con
somma pazienza a vicenda le loro infermità fisiche e morali;
si prestino a gara obbedienza reciproca; nessuno cerchi
l’utilità propria ma piuttosto l’altrui; nutrano l’uno
verso l’altro un casto amore fraterno; temano Dio amandolo;
...nulla assolutamente antepongano a Cristo, il quale ci
conduca tutti alla vita eterna” (San Benedetto, Regula,
VII, 3-9.11-12). Sono indicazioni indubbiamente molto elevate,
la cui attuazione può apparire riservata a pochi spiriti
privilegiati. Non va, tuttavia, dimenticato che un simile
ideale Benedetto osò proporre a uomini provenienti da una
società in sfacelo, nella quale predominavano l’arbitrio,
la violenza, lo sfruttamento. E fu sulla base di tali norme
che dal decrepito mondo di una romanità, ridotta ormai ad una
larva inconsistente, poterono sorgere in varie parti
d’Italia e d’Europa i vivaci nuclei sociali dei monasteri,
nei quali uomini diversi per età, razza, cultura, si
trovarono affratellati nell’opera ciclopica della
costruzione di una nuova civiltà.
6. Su questi valori anche la nostra società,
interiormente corrosa da pericolosi germi di disgregazione e
di disfacimento, può ritrovare decisivi fattori di coesione e
di ripresa. Benedetto ci offre la prova non controvertibile
del come si possa far penetrare il Vangelo nella storia
concreta degli uomini, apportandovi un dinamismo
trasformatore, capace di impensati, benefici sviluppi.
L’esperienza benedettina, forte ormai del collaudo di quasi
quindici secoli di storia, sta sotto i nostri occhi per
dimostrarci come l’amore, che si apre ai fratelli per
condividere con essi qualità personali, energie, beni, si
riveli la vera “molla” del progresso, l’unica capace di
far avanzare la società senza mai sacrificare l’uomo. Che
Iddio conceda agli uomini d’oggi di accogliere questa
lezione feconda e di avviarsi con decisione, seguendo le orme
di San Benedetto, sulle strade del reciproco rispetto,
dell’apertura leale, della condivisione generosa,
dell’impegno concorde, in una parola, sulle strade
dell’amore. Il futuro lo costruisce non chi odia, ma chi
ama. Lo riaffermiamo in questa celebrazione liturgica, nella
quale Cristo ci raccoglie intorno alla sua mensa, per
distribuirci quel Pane che fa di noi tutti una cosa sola con
Lui ed in Lui. La partecipazione al Corpo ed al Sangue del
Signore impegna i cristiani - è bene ricordarlo ogni tanto -
ad essere nel mondo i testimoni dell’amore di Colui che,
lasciandosi inchiodare sulla croce, ha “perso la propria
vita” (Mt 10,39), per consentire all’uomo di ritrovare se
stesso. |
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Discorso di GIOVANNI PAOLO II durante la
visita al Sacro Speco (28 Settembre 1980)
Venerabili e carissimi fratelli.
1. Oggi il grande giubileo di san Benedetto ci ha fatto
venire a Subiaco. Vi ha già dato l’occasione di presiedere,
nelle vostre patrie, nelle vostre diocesi, a importanti
celebrazioni, non solo per i monaci e le monache, ma per tutto
il Popolo di Dio affidato alle vostre cure, come ho fatto io
stesso a Norcia e a Montecassino. Ma oggi, la scelta del luogo
santificato da san Benedetto - il Sacro Speco - e la
composizione della vostra assemblea dà un rilievo eccezionale
a questa celebrazione. Un millennio e mezzo è trascorso dalla
nascita di questo grande uomo, che ha meritato nel passato il
titolo di “patriarca dell’occidente”, e che e stato
chiamato ai nostri giorni, da Papa Paolo VI, il “patrono
dell’Europa”. Già questi titoli testimoniano che la luce
della sua persona e della sua opera ha superato le frontiere
del suo paese e non si è limitata solamente alla sua famiglia
benedettina: questa ha del resto conosciuto una magnifica
espansione ed è provenendo da numerosi paesi e continenti,
che i suoi figli e le sue figlie si sono riuniti, una
settimana fa, a Montecassino, per venerare la memoria del loro
padre comune e fondatore del monachesimo occidentale. Oggi, a
Subiaco, ci sono i rappresentanti degli episcopati d’Europa
che si ritrovano per testimoniare, in presenza dei Vescovi del
mondo intero riuniti in Sinodo, a quale punto san Benedetto da
Norcia sia inserito profondamente e organicamente nella storia
d’Europa, e in particolare quanto gli sono debitori le
società e le Chiese, del nostro continente, e come, nella
nostra epoca critica, esse volgono i loro sguardi verso colui
che è stato designato dalla Chiesa come loro patrono comune.
Consacrando l’abbazia di Montecassino risorta dalle rovine
della guerra, il 2 ottobre 1964, Paolo VI segnalava le due
ragioni che fanno sempre desiderare l’austera e dolce
presenza di san Benedetto tra noi: “La fede cristiana che
lui e il suo ordine hanno predicato, specialmente nella
famiglia d’Europa..., e l’unità attraverso la quale il
grande monaco solitario e sociale ci ha insegnato ad essere
fratelli e attraverso la quale l’Europa divenne
cristiana”. “È perché questo ideale spirituale
dell’Europa fosse ormai sacro e intangibile” che il mio
venerato predecessore proclamava quel giorno san Benedetto
“patrono e protettore dell’Europa”. E il breve e solenne
“pacis nuntius” che consacrava questa decisione,
ricordando i meriti del grande abate, “messaggero di pace,
artigiano dell’unità, maestro di civilizzazione, araldo
della religione di Cristo e fondatore della vita monastica in
occidente”, riaffermava che lui e i suoi figli, “con la
croce, il libro e l’aratro”, portarono “il progresso
cristiano alle popolazioni che si stendevano dal Mediterraneo
alla Scandinavia, dall’Irlanda alle pianure di Polonia”.
2. San Benedetto fu prima di tutto un uomo di Dio. Egli
lo è diventato seguendo, in modo costante, la via delle virtù
indicate nel Vangelo. Fu un vero pellegrino del regno di Dio.
Un vero “homo viator”. E questo pellegrinaggio è stato
accompagnato da una lotta che è durata tutta la sua vita: una
battaglia innanzitutto contro se stesso, per combattere
“l’uomo vecchio” e fare sempre più posto in sé
all’“uomo nuovo”. Il Signore ha permesso che, grazie al
santo Spirito, questa trasformazione non rimanesse un
avvenimento per lui solo, ma che divenisse una sorgente di
luce, penetrando la storia degli uomini, penetrando
soprattutto la storia d’Europa. Subiaco fu e rimane una
tappa importante di questo percorso. Da un parte, fu luogo di
ritiro per san Benedetto da Norcia, egli vi si ritirò
dall’età di quindici anni per essere più vicino a Dio. E
nello stesso tempo un luogo che ben manifesta ciò che egli è.
Tutta la sua storia resterà segnata da questa esperienza di
Subiaco: la solitudine con Dio, l’austerità di vita, e la
separazione di questa vita molto semplice con qualche
discepolo, perché e là che è cominciata una prima
organizzazione della vita cenobitica. E per questo che vengo
anch’io in questo alto luogo del Sacro Speco e del primo
monastero.
3. Uomo di Dio, Benedetto lo fu realizzando
continuamente il Vangelo, non solamente allo scopo di
conoscerlo, ma anche di tradurlo interamente in tutta la sua
vita. Si potrebbe dire che l’ha riletto in profondità - con
la profondità della sua anima -, e che l’ha riletto nella
sua ampiezza, secondo la dimensione dell’orizzonte che aveva
sotto gli occhi. Questo orizzonte fu quello del mondo antico
che era sul punto di morire e quello del mondo nuovo che era
sul punto di nascere. Tanto nella profondità della sua anima
che nell’orizzonte di questo mondo, egli ha affermato tutto
il Vangelo: l’insieme di ciò che costituisce il Vangelo e
nello stesso tempo ciascuna delle sue parti, ciascuno dei
passi che la Chiesa rilegge nella sua liturgia, e anche
ciascuna frase. Sì, l’uomo di Dio - “benedictus”, il
benedetto, Benedetto - si compenetra in tutta la semplicità
della verità che vi è contenuta. Ed egli vive questo
Vangelo. E vivendolo, egli evangelizza. Paolo VI ci ha
lasciato in eredità san Benedetto da Norcia come patrono
d’Europa. Cosa voleva dirci con questo? Prima di tutto può
essere che noi dobbiamo innalzarci senza posa alla traduzione
del Vangelo, che deve essere tradotto interamente e in tutta
la nostra vita. Che noi dobbiamo rileggerlo con tutta la
profondità della nostra anima e in tutta la sua ampiezza,
secondo la dimensione dell’orizzonte del mondo che noi
abbiamo davanti al mondo. Il Concilio Vaticano II ha posto
fermamente la realtà della Chiesa e della sua missione
sull’orizzonte del mondo che giorno dopo giorno le diviene
contemporaneo. L’Europa costituisce una parte essenziale di
questo orizzonte. In quanto continente nel quale si trovano le
nostre patrie, essa è per noi un dono della provvidenza, che
ce l’ha affidata allo stesso tempo come un’opera da
realizzare. Noi, in quanto Chiesa, e in quanto pastori della
Chiesa, dobbiamo rileggere il Vangelo e annunciarlo nella
misura dei compiti che sono inerenti alla nostra epoca. Noi
dobbiamo rileggerlo e predicarlo nella misura delle attese che
non smettono di manifestarsi nella vita degli uomini e delle
società, e nello stesso tempo nella misura delle
contestazioni che noi incontriamo nella loro vita. Cristo non
smette mai di essere “l’attesa dei popoli” e nello
stesso tempo egli non smette di essere il “segno di
contraddizione”. Sì, sulle tracce di san Benedetto, il
compito dei Vescovi d’Europa è d’intraprendere l’opera
di evangelizzazione nel mondo contemporaneo. Così facendo,
essi si rifanno a ciò che è stato elaborato e costruito
quindici secoli fa, allo spirito che l’ha ispirato, al
dinamismo spirituale e alla speranza che ha segnato questa
iniziativa; ma è un’opera da intraprendere in modo
rinnovato, a prezzo di nuovi sforzi, in funzione
dell’attuale contesto.
4. È in questa cornice dell’evangelizzazione che
assume tutto il suo senso la dichiarazione dei Vescovi
d’Europa che abbiamo appena letto: “Responsabilità dei
cristiani di fronte all’Europa d’oggi e di domani”.
Questo documento, elaborato in comune, è un apprezzabile
frutto della responsabilità collegiale dei Vescovi di tutto
il continente europeo. È senza dubbio la prima volta che
l’iniziativa assume una tale ampiezza. Si tratta di un
documento, in qualche modo, della Chiesa cattolica in Europa,
che è rappresentata, in modo particolare, dai Vescovi come
pastori e maestri di fede. Saluto con gioia questo
incoraggiante segno di una responsabilità collegiale che
progredisce in Europa, di una unità meglio consolidata tra
gli episcopati. Questi episcopati si trovano infatti in paesi
dalle situazioni molto diverse, che si tratti dei loro sistemi
sociali o economici, dell’ideologia dei loro stati o della
posizione della Chiesa cattolica, che forma a volte una
maggioranza indiscutibile, altre volte una piccola minoranza
al fianco di altre Chiese, o in rapporto a una società molto
secolarizzata. Confidando nel carattere benefico, stimolante,
degli scambi e della cooperazione, come ho già molte volte
detto, io incoraggio con tutto il cuore il proseguimento di
una tale collaborazione, che ben si iscrive nella linea del
Concilio Vaticano II. Essa non è d’altra parte estranea
alla pratica benedettina e cistercense di una interdipendenza
e di una cooperazione tra i differenti monasteri dispersi
attraverso l’Europa. Nella dichiarazione resa pubblica oggi
e in questo alto luogo, vi esprimo a giusto titolo la
preoccupazione di una unità ecclesiale estesa. L’Europa è
infatti il continente in cui le separazioni ecclesiali hanno
avuto la loro origine e si sono manifestate con forza. Vale a
dire che le Chiese in Europa - quelle sorte dalla Riforma,
l’ortodossa e la Chiesa cattolica, che rimangono legate in
modo speciale all’Europa - hanno una responsabilità
particolare sul cammino dell’unità, sul piano della
comprensione reciproca, dei lavori teologici e della
preghiera. Ugualmente, di fronte alle comunità cattoliche
degli altri continenti, qui rappresentate, la Chiesa
d’Europa deve caratterizzarsi per l’accoglienza, il
servizio e lo scambio reciproco, per aiutare queste Chiese
sorelle a trovare la loro propria identità, nell’unità
della fede, dei sacramenti e della gerarchia. Insomma è una
testimonianza comune della vostra cura pastorale che voi date
oggi, cari fratelli, che noi diamo oggi, in funzione dei
bisogni e delle attese. Io non ho ripreso qui ciò che è
stato abbondantemente esposto in questo documento comune. Si
tratta di tracciare un cammino di evangelizzazione per
l’Europa, e di seguirlo, con i nostri fedeli. È un’opera
da continuare e da riprendere senza posa. Il prossimo
“symposium” dei Vescovi d’Europa non ha per tema
“l’autoevangelizzazione dell’Europa?” E questo ci
riporta al grande progetto, all’iniziativa senza pari di san
Benedetto, di cui certe caratteristiche specifiche hanno
enormi conseguenze umane, sociali e spirituali.
5. San Benedetto da Norcia è divenuto patrono
spirituale dell’Europa perché, come il profeta, egli ha
fatto del Vangelo il suo nutrimento, e ne ha gustato in una
volta la dolcezza e l’amarezza. Il Vangelo costituisce
infatti la totalità della verità sull’uomo: è insieme la
gioiosa novella e nello stesso tempo la parola della croce.
Attraverso esso vediamo rivivere, in maniere diverse, il
problema del ricco e del povero Lazzaro - con il quale la
liturgia di questo giorno ci ha resi familiari - in quanto
dramma della storia, in quanto problema umano e sociale.
L’Europa ha inscritto questo problema nella sua storia; essa
l’ha portato ben al di là delle frontiere del suo
continente. Con esso ha seminato l’inquietudine nel mondo
intero. Dalla metà del nostro secolo, questo problema è
ritornato, in un certo senso, in Europa; esso si pone anche
nella vita delle sue società. Non manca di essere l’origine
delle tensioni. Non smette di essere l’origine delle
minacce. Di queste minacce, io ho già parlato il primo giorno
dell’anno, facendo allusione a questo grande anniversario di
san Benedetto; ricordavo, di fronte ai pericoli della guerra
nucleare che minacciano l’esistenza stessa del mondo, che
“lo spirito benedettino è uno spirito di salvataggio e di
promozione, nato dalla coscienza del piano divino della
salvezza ed educato nell’unione quotidiana della preghiera e
del lavoro”. Esso “è agli antipodi di ogni programma di
distruzione”. Il pellegrinaggio che noi compiamo oggi è
dunque ancora un grande grido e una nuova supplica per la pace
in Europa e nel mondo intero. Noi preghiamo affinché le
minacce di autodistruzione che le ultime generazioni hanno
fatto sorgere all’orizzonte della loro vita si allontanino
da tutti i popoli del nostro continente e di tutti gli altri
continenti. Noi preghiamo affinché si allontanino le minacce
d’oppressione degli uni da parte degli altri: la minaccia
della distruzione degli uomini e dei popoli che, nel corso
delle loro lotte storiche e a prezzo di tante vittime, hanno
acquisito il diritto morale di essere se stessi e di decidere
da se stessi.
6. Che si trattasse del mondo che ai tempi di san
Benedetto si limitava all’antica Europa, o del mondo che,
nello stesso tempo, stava per sorgere, il loro orizzonte
passava attraverso la parabola del ricco e del povero Lazzaro.
Al momento in cui il Vangelo, la buona novella del Cristo,
entrava nell’antichità, sopportava i pesi
dell’istituzione della schiavitù. Benedetto da Norcia trovò
nell’orizzonte del suo tempo le tradizioni della schiavitù,
e nello stesso tempo rileggeva nel Vangelo una verità
sconcertante sulla riconciliazione definitiva della sorte del
ricco e del povero Lazzaro. Leggeva anche la gioiosa verità
sulla fraternità di tutti gli uomini. Dagli inizi il Vangelo
costituirà dunque un richiamo a superare la schiavitù nel
nome dell’eguaglianza degli uomini agli occhi del Creatore e
Padre. Nel nome della croce e della redenzione. Questa verità,
questa buona novella dell’eguaglianza e della fraternità,
non è stato san Benedetto che l’ha tradotta in regola di
vita? Egli l’ha tradotta non solamente in regola di vita per
le sue comunità monastiche, ma più ancora, in sistema di
vita per gli uomini e per i popoli. “Ora et labora”. Il
lavoro, nell’antichità, era la sorte degli schiavi, il
segno dell’avvilimento. Essere libero significava non
lavorare, e dunque vivere del lavoro degli altri. La
rivoluzione benedettina mette il lavoro al cuore stesso della
dignità dell’uomo. L’uguaglianza degli uomini intorno al
lavoro diviene, attraverso il lavoro stesso, come un
fondamento della libertà dei figli di Dio, della libertà
grazie al clima di preghiera in cui si vive il lavoro. Ecco
qui una regola e un programma. Un programma che comporta degli
elementi. La dignità del lavoro non può infatti essere
tratta unicamente da criteri materiali, economici. Essa deve
maturare nel cuore dell’uomo. E essa non può maturare nel
profondo che mediante la preghiera. Perché è la preghiera
che dice in definitiva all’umanità ciò che è l’uomo del
lavoro, colui che lavora con il sudore della sua fronte e
anche con la fatica del suo spirito e delle sue mani. Essa ci
dice che egli non può essere schiavo, ma che egli è libero.
Come afferma san Paolo: “lo schiavo che è stato chiamato
dal Signore, è un libero affrancato dal Signore” (1Cor
7,22). E Paolo, che non ha creduto indegno di un apostolo di
“affaticarsi lavorando con le proprie mani” (1Cor 4,12)
non ha paura di mostrare agli anziani di Efeso le sue proprie
mani che hanno provveduto ai propri bisogni e a quelli dei
suoi compagni (cf. At 20,34). È nella fede di Cristo e nella
preghiera che il lavoratore scopre la sua dignità. È ancora
san Paolo che precisa: “Dio ha mandato nei nostri cuori lo
Spirito di suo Figlio che grida: “Abbà, Padre!”. Dunque
non sei più schiavo, ma figlio” (Gal 4,6-7). Non abbiamo
visto recentemente uomini che, di fronte a tutta l’Europa e
al mondo intero, univano la proclamazione della dignità del
loro lavoro alla preghiera?
7. Benedetto da Norcia, che per la sua azione profetica
ha cercato di far uscire l’Europa dalle tristi tradizioni
della schiavitù, sembra dunque parlare, dopo quindici secoli,
a numerosi uomini e a molteplici società che bisogna liberare
dalle diverse forme contemporanee di oppressione dell’uomo.
La schiavitù pesa su colui che è oppresso, ma anche
sull’oppressore. Non abbiamo conosciuto, nel corso della
storia, delle potenze, degli imperi che hanno oppresso nazioni
e popoli in nome della schiavitù ancora più forte della
società degli oppressori? La parola d’ordine “ora et
labora” è un messaggio di libertà. Di più, questo
messaggio benedettino non è oggi all’orizzonte del nostro
mondo, un richiamo a liberarsi dalla schiavitù del consumismo
d’un modo di pensare e di giudicare, di stabilire i nostri
programmi e di condurre il nostro stile di vita unicamente in
funzione dell’economia? In questi programmi scompaiono i
valori umani fondamentali. La dignità della vita è
sistematicamente minacciata. La famiglia è minacciata, vale a
dire questo legame essenziale reciproco fondato sulla
confidenza delle generazioni, che trova la sua origine nel
mistero della vita e della pienezza di tutta l’opera
dell’educazione. È anche tutto il patrimonio spirituale
delle nazioni e delle patrie che è minacciato. Siamo in grado
noi di frenare tutto questo? Di ricostruire? Siamo in grado di
allontanare dagli oppressi il peso della costrizione? Siamo
capaci di convincere il mondo che l’abuso della libertà è
un’altra forma di costrizione?
8. San Benedetto ci è stato donato come patrono
dell’Europa dei nostri tempi, del nostro secolo, per
testimoniare che siamo capaci di fare tutto questo. Noi
dobbiamo solamente assimilare di nuovo il Vangelo nel più
profondo della nostra anima, nella cornice della nostra
attuale epoca. Dobbiamo accettarlo come un nutrimento. Si
riscoprirà allora un po’ alla volta il cammino della
salvezza e della pace come in quei tempi lontani in cui il
Signore dei signori ha posto Benedetto da Norcia, quale
lampada sul candelabro, quale faro sulla strada della storia.
È lui infatti che è il Signore di tutta la storia del mondo,
Gesù Cristo, che, da ricco che era, si è fatto povero per
noi, al fine di arricchirci con la sua povertà (cf. 2Cor
8,9).
A lui onore e gloria per i secoli! |
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Preghiera di GIOVANNI PAOLO II nel Sacro
Speco (28 Settembre 1980)
Al termine di questo pellegrinaggio che ho compiuto insieme
con i Vescovi dell’Europa in questi luoghi così carichi di
spiritualità e consacrati dalla presenza di san Benedetto,
desidero innalzare al santo patrono d’Europa una fervida
invocazione:
1. O san Benedetto abate! / L’umile successore di
Pietro e i Vescovi dell’Europa, / che tu hai tanto amata, /
siamo venuti in questo luogo, nel quale, giovane studente, /
hai cercato e trovato il significato più vero della tua
esistenza; / in questo luogo, nel quale, aiutato dal silenzio,
/ dalla riflessione, dalla preghiera, dalla penitenza, / ti
sei preparato ad essere docile strumento della misericordia di
Dio, / che voleva fare di te una guida ed un maestro / per
l’Europa, per la Chiesa, per il mondo. Siamo venuti in
pellegrinaggio al fine di esprimere, anzitutto, / la nostra
immensa gratitudine alla Trinità santissima / per il dono,
che quindici secoli fa, ha fatto alla Chiesa; / ed altresì al
fine di dire a te, o santo patrono dell’Europa, / la nostra
fervorosa ammirazione per la tua piena corrispondenza / alla
grazia ed ascoltare quel messaggio, che tu hai vissuto / in te
ed hai anche trasmesso alle future generazioni, / radicato
sulla forza liberante del Vangelo, / che è “potenza di Dio
per la salvezza di chiunque crede” (Rm 1,16). O santo
patriarca, / tu che non hai insegnato diversamente da come sei
vissuto (cf. S. Gregorio Magno, Dial., II,36), / fa’
sentire a noi tutti, in questa singolare circostanza, / la
perenne attualità del tuo insegnamento, / perché continui ad
essere ispiratore di bene per l’uomo contemporaneo.
2. Tu ci hai insegnato che Dio creatore e padre / deve
essere il “primo servito”, mediante la fede viva, / il
culto decoroso, l’adorazione devota, la preghiera assidua, /
la lieta obbedienza alla sua santissima volontà. Tu ci hai
insegnato che la vita dell’uomo / è degna di esser vissuta,
/ senza superficiale ottimismo utopistico né disperato
pessimismo, / perché è dono dell’amore di Dio e deve
essere / una continua, perenne, costante ricerca di Dio, /
l’unico vero ed autentico valore assoluto. Tu ci hai
insegnato che il cristiano, per esser veramente tale, / deve
“servire nella milizia di Cristo Signore, vero re” (S.
Benedetto, Regula, Prol.), / facendo di Cristo il
centro della propria vita e dei propri interessi. Tu ci hai
insegnato che, insieme al distacco interiore dai caduchi beni
della terra, / dobbiamo possedere una gioiosa ed operosa
apertura di spirito e di cuore / verso tutti gli uomini,
fratelli in Cristo, figli del medesimo Padre celeste. Tu ci
hai insegnato che, per l’uomo, il lavoro / - non solo quello
di chi si china sui libri, ma anche di chi si china / con la
fronte madida di sudore e con le mani doloranti, a dissodare
la terra - / non è umiliazione né alienazione, ma
elevazione, esaltazione, / anzi partecipazione all’opera
creativa di Dio; / e contributo cosciente e meritorio alla
costruzione della città terrena, / in attesa di quella
definitiva ed eterna. Tu ci hai insegnato che la fede
cristiana, / lungi dall’essere elemento di divisione o di
disgregazione, / è matrice di unità, di solidarietà, di
fusione / anche nell’ordine temporale, sociale, culturale, /
e che quindi la libertà religiosa è uno dei diritti
inalienabili dell’uomo.
3. Per questo, o santo patriarca, ti invochiamo questa
sera: / innalza le tue larghe, paterne braccia alla Trinità
santissima / e prega per il mondo, per la Chiesa e, in
particolare, per l’Europa, / per la tua Europa, di cui sei
celeste patrono: / che essa non dimentichi, non rifiuti, non
rinunci allo straordinario tesoro / della fede cristiana, che
per secoli ha animato e fecondato la storia / ed il progresso
morale, civile, culturale, artistico, delle sue singole
nazioni; / che, in forza di tale sua matrice “cristiana” /
sia portatrice e generatrice di unità e di pace / fra i
popoli del continente e quelli del mondo intero; / garantisca
a tutti i suoi cittadini la serenità, la pace, il lavoro, la
sicurezza, / i diritti fondamentali, quali quelli concernenti
la religione, la vita, la famiglia, il matrimonio. Con la tua
preghiera, o santo patrono dell’Europa, / invochiamo
supplici l’intercessione della tua diletta sorella. O santa
Scolastica, a te affidiamo in particolare le fanciulle, le
giovani, / le religiose, le madri, perché sappiano vivere
oggi / la loro dignità di esser donne, secondo il disegno di
Dio.
San Benedetto e santa Scolastica, pregate per noi! / Amen! |
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