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Giovanni Paolo II a Subiaco
Era il 1980. Nell’Italia
degli anni-di-piombo il terrorismo imperversava con
una violenza mai vista in precedenza: fu quello l’anno in
cui la lotta armata provocò il maggior numero di vittime,
toccando il culmine nell’attentato alla stazione di Bologna.
Come se non bastasse quell’anno l’angoscia degli italiani
era aumentata da altri eventi ferali quali il disastro aereo
di Ustica e il tragico terremoto dell’Irpinia. Per tutto il
mondo intanto, coinvolto nella guerra fredda dei fronti
contrapposti rappresentati da Stati Uniti e Unione
Sovietica, la prospettiva di una guerra nucleare era tutt’altro
che un’utopia. Al popolo cristiano e all’umanità intera,
disorientata e sgomenta, papa Giovanni Paolo II, pontefice
da meno di due anni, aveva già rivolto più volte,
instancabilmente, l’invito a non avere paura, a non avere
paura di aprire, anzi spalancare le porte a Cristo. Era
quella l’eco di un identico invito più volte ripetuto dagli
angeli, messaggeri divini, nelle pagine del Vangelo: “Non
temete!”
Era il 1980 e la Chiesa celebrava il XV centenario della
nascita di san Benedetto abate. Il papa in persona volle
dare solenne rilievo alla storica ricorrenza visitando i
luoghi toccati dal santo nel corso della propria vita:
Norcia, Cassino ed infine Subiaco. L’intento del pontefice
polacco era quello di tornare alle radici più profonde del
cristianesimo europeo, per indicare al popolo del Vecchio
Continente l’indirizzo di un futuro di pace e fratellanza
nell’antica tradizione di una fede comune. La fede nel
Cristo risorto. |